Pubblicato in: Pensieri e parole

Sindaca, Assessora e quote rosa.

Francamente, e ci sta che sia strana io, non mi reputo in quanto donna una specie in via d’estinzione e quindi da proteggere come un panda.

Mi reputo una persona, un essere umano, con i miei pregi ed i miei difetti, che sono tal quali a quelli di un uomo.

In Italia è palese che le donne ancora non si dedichino alla politica come gli uomini. Per pudore, timidezza, paura del giudizio, metteteci ciò che volete, per retaggio culturale di un ancora recente passato che ci voleva relegate in cucina o al massimo a fare la maestra elementare o l’infermiera,  non siamo ancora del tutto equivalenti come numero a quello maschile.

Ma la soluzione non la vedo con l’obbligare ad avere in lista donne a caso, magari pure mezze sceme o totalmente incompetenti (essere donna non dà in sé alcuna patente di valore), ma con il favorire la partecipazione attiva delle donne in politica, magari con sussidi diretti alla maternità o al sostegno del reddito.

Trovo poi veramente degradante dover chiedere di essere chiamata Consigliera o Sindaca, se non Ministra o Assessora. Sono cariche, non hanno sesso. Puoi essere un Sindaco o una Sindaco, in Italiano non abbiamo l’uso del neutro (uno dei motivi per amare la lingua inglese: loro non si pongono il problema, Major o President che sia) e tutti i termini neutri sono da sempre declinati “al maschile”.

In questa per me ridicola ostentazione di termini “femminilizzati” vedo tanta inferiorità da un lato ed una malcelata superiorità dall’altro, un bisogno di ostentare con termini lessicali una parità della quale in quanto donne per prime non ci sentiamo meritorie e consapevoli, come se ottenere certi ruoli per una donna fosse una botta di fortuna, e che infatti non è parità per nulla,  perché se vuoi “cambiarti il nome” non ti riconosci nella tua famiglia. Un Sindaco donna non ha nulla di diverso rispetto ad un Sindaco uomo, perché dovrebbe farsi chiamare diversamente?

Ciò che io ritengo sessista è l’atteggiamento di quelle femmine disposte a tutto pur di arrivare senza alcun merito, che poi sono la causa dei vari “ah, per arrivare lì chissà a chi l’ha data” rivolto anche a quelle che studiano e si fanno un culo tanto per dimostrare il proprio valore, è il dare della “troia” a una donna che esprime un pensiero diverso dal proprio, è il mettere le mani addosso ad una donna poco vestita o rivendicarne il possesso come fosse un oggetto, è sostenere che una donna non possa ricoprire determinati ruoli perché essere mogli o mamme è incompatibile con il fare l’avvocatessa o l’imprenditrice. Che sono mestieri e non cariche.

Ma qui entreremmo nel vincolo dei due mandati e del concepire la politica come servizio e non come un comune lavoro, cose che avrò modo di approfondire.

 

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